Polo Civico Esquilino per l’Ambiente, tra CERS e rifugi climatici di Roma

Il Polo Civico Esquilino Poleis entra ufficialmente nella mappa del Piano Clima di Roma Capitale come rifugio climatico: è stato inserito nella prima mappatura dei rifugi climatici della città, consultabile sulla pagina interattiva del sito romaperilclima.it e sull’app GeoRoma. Ne abbiamo parlato con Edoardo Zanchini, direttore dell’ufficio Clima della Capitale, che ci ha raccontato cosa significa questo riconoscimento e come si inserisce nella strategia che l’Amministrazione sta costruendo per affrontare le ondate di calore.

Cos’è un rifugio climatico

Il Piano Caldo di Roma Capitale, la strategia di adattamento climatico approvata a gennaio 2025, definisce i rifugi climatici come luoghi ad accesso pubblico e gratuito in cui le persone possono ridurre l’esposizione al caldo durante le ondate di calore, prevenendo la disidratazione e riducendo il rischio di malattie e decessi legati alle alte temperature. Quelli al chiuso devono avere la climatizzazione attiva, un requisito obbligatorio; quelli all’aperto si affidano invece a meccanismi naturali di raffrescamento, come l’ombra e l’evapotraspirazione della vegetazione. Possono essere una biblioteca comunale, un centro anziani, un museo a ingresso gratuito, ma anche un parco con una copertura arborea sufficiente.

Piano Clima Roma Capitale

Quello che li accomuna non è la funzione, ma tre caratteristiche precise: sono pubblici, sono gratuiti e offrono protezione termica insieme a co-benefici sociali, culturali o ricreativi. Il Piano è chiaro: i rifugi climatici non sono strutture sanitarie né servizi d’emergenza attivati solo durante le allerte, ma infrastrutture permanenti della città, parte del sistema dei servizi di prossimità, fondate sui principi di inclusività, gratuità e prossimità, quest’ultima pensata soprattutto per le persone più esposte al rischio-caldo, che spesso sono anche quelle con minore mobilità. Non a caso il Piano Caldo fissa come obiettivo che ogni residente di Roma abbia accesso a un rifugio climatico raggiungibile a piedi in non più di 15 minuti, soglia calibrata sulla velocità di spostamento delle persone anziane.

“Un rifugio vero non è solo un locale climatizzato”

Zanchini spiega che l’esperienza del Polo è un esempio di come dovrebbe funzionare un rifugio climatico: gratuito, aperto a tutti, e soprattutto pensato per chi ha più bisogno. “Chi è più fragile deve sapere che può andare in un luogo sicuro, libero, gratuito, con bagni e servizi”, dice Zanchini, sottolineando che il Polo su questo è stato un precursore.

Polo Civico Esquilino nella Mappatura dei rifugi climatici di Roma Capitale, sul sito GeoRoma.

La parte più interessante del ragionamento riguarda cosa rende davvero efficace un rifugio climatico. Non basta l’aria condizionata: secondo Zanchini, osservando le città che su questo fronte sono più avanti, emerge che un elemento decisivo è la relazione umana, la socialità. Un rifugio funziona quando è un posto dove le persone hanno un motivo per andare, dove si fanno attività, altrimenti diventa “un luogo freddo in cui ti annoi”. Servono funzioni multiple, capaci di ospitare usi diversi. È il principio che il Piano Clima mette nero su bianco: un rifugio davvero efficace non è solo un locale climatizzato, ma uno spazio che le persone frequentano per motivi culturali, ricreativi e di socialità indipendentemente dall’emergenza climatica. È questa frequentazione ordinaria, quotidiana, a determinare l’effetto protettivo sulla salute: un rifugio radicato nella vita del quartiere raggiunge le persone vulnerabili prima che l’ondata di calore diventi critica, riduce l’isolamento sociale — uno dei principali fattori di rischio da caldo — e costruisce legami di prossimità che restano attivi anche nei giorni senza allerta.

Zanchini fa notare anche un aspetto pratico non scontato: non tutti i centri anziani, per esempio, sono automaticamente rifugi climatici. Dipende dalle strutture, dalla presenza di area condizionata, dalle condizioni degli spazi. Su questo l’Amministrazione sta reperendo risorse per dotarli di climatizzazione e, guardando alle famiglie con bambini, anche nelle scuole elementari.

I dieci punti del Piano e il nodo della povertà da raffrescamento

I rifugi climatici sono solo un pezzo di un impianto più ampio: il Piano lavora su 10 punti che comprendono supporto, informazione, prevenzione e interventi strutturali. Tra questi, la riduzione delle temperature attraverso aree verdi, fontane e acqua, per abbassare il fabbisogno di raffreddamento nei quartieri più esposti.

Il Piano Caldo introduce esplicitamente il concetto di “cooling poverty“, la povertà da raffrescamento: l’impossibilità economica di accedere a un raffrescamento adeguato della propria abitazione. Molte famiglie non hanno l’aria condizionata o non possono permettersi di tenerla accesa a lungo per i costi energetici. Le abitazioni più esposte sono quelle del patrimonio edilizio più vecchio, spesso senza isolamento termico e concentrate nei quartieri a maggiore densità abitativa, dove durante le ondate di calore prolungate la temperatura interna può superare quella esterna. Secondo i dati riportati nel Piano, il 9% della popolazione residente a Roma vive in quartieri considerati a rischio.

I rifugi pubblici e gratuiti rispondono contemporaneamente a due dimensioni del problema: danno protezione a chi è fisicamente più fragile e a chi non ha accesso al raffrescamento domestico. Ma la sola gratuità non basta: la letteratura citata dal Piano documenta che l’utilizzo effettivo dei rifugi diminuisce sensibilmente all’aumentare della distanza da percorrere, da qui l’importanza della prossimità come principio cardine della rete.

C’è anche un tema più tecnico che Zanchini mette sul tavolo, quello della scelta degli impianti: installare pompe di calore al posto delle caldaie a gas sarebbe la soluzione migliore sotto il profilo energetico e nella maggior parte dei casi l’aria calda che ne esce durante l’estate non incide in modo significativo sulla temperatura generale della città.

Piano Clima Roma Capitale

Roma prima in Italia, ma con il governo assente

Rispetto al rapporto con il livello nazionale, Zanchini è diretto: il rapporto con il governo sul tema del clima è, di fatto, inesistente. Non c’è confronto strutturato, non arrivano risorse dedicate e manca quel supporto tecnico che in altri paesi europei viene messo a disposizione delle Amministrazioni locali. Il principale strumento nazionale, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, è stato approvato dal ministero dell’Ambiente a dicembre 2023, ma da allora non è stato preso alcun provvedimento attuativo né sono state stanziate risorse.

È in questo vuoto che si colloca il lavoro di Roma. Il Piano Clima definisce la città come la prima e unica in Italia a proporre una vera strategia di adattamento climatico, con una scelta e una direzione esplicite: mobilitare l’intera comunità cittadina di fronte a un’urgenza che riguarda tutti. Come si legge nel documento, si tratta dell’inizio di un percorso che dovrà coinvolgere istituzioni, cittadini, mondo scientifico e attori economici e sociali, per costruire una risposta solida, condivisa e capace di evolvere insieme alle sfide da affrontare.

Zanchini nota anche come, a livello europeo, le priorità politiche si stiano spostando e come restino aperti diversi punti interrogativi su Roma, a partire dal venir meno delle risorse Pnrr e Giubileo e dalla continuità che darà la prossima Giunta a un percorso che resta un caso pressoché isolato nel panorama italiano.

Perché conta, quartiere per quartiere

Il Piano parte da un’evidenza che a Roma è ormai difficile da ignorare: l’aumento delle temperature nelle strade è un dato reale, confermato dai monitoraggi degli ultimi anni. Sono cresciute le ondate di calore, i giorni sopra i 35 gradi, le notti tropicali. Il Rapporto European State of the Climate del 2026 descrive un riscaldamento del continente europeo a una velocità doppia rispetto alla media globale. Nelle città l’effetto è amplificato dall’isola di calore urbana: l’accumulo di calore da asfalto, edifici e automobili, con differenze di temperatura dell’aria che possono arrivare fino a 5 gradi tra i quartieri più densamente costruiti e le aree agricole periurbane. Un fenomeno che colpisce soprattutto i quartieri con meno verde.

Non tutti i quartieri, e non tutti i cittadini, sono esposti allo stesso modo: contano l’età, lo stato di salute, la condizione sociale, il tipo di abitazione, il lavoro. In alcune zone di Roma si registrano tassi di ricovero più alti durante le ondate di calore, riconducibili a una maggiore presenza di popolazione anziana, a condizioni di fragilità sociale e all’assenza di sistemi di raffrescamento nelle case.

Da qui gli interventi strutturali già avviati: dal 2024 sono almeno 40 quelli realizzati dai Dipartimenti Lavori Pubblici e Ambiente per depavimentare strade e piazze, piantare alberi e restituire spazio permeabile al suolo — oltre 44.500 metri quadri di terreno non più impermeabilizzato. Interventi che possono ridurre le temperature percepite anche di oltre 10 gradi.

Non solo caldo: il fronte della povertà energetica

L’impegno socio-ambientale del Polo non si esaurisce nella dimensione del caldo estivo. Il Polo è socio fondatore della Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale Esquilino-Monti (CERS), nata per contrastare la povertà energetica nel quartiere in modo sostenibile: lo stesso problema, come racconta lo stesso Piano Caldo a proposito della cooling poverty, ma affrontato dal lato dei costi in bolletta invece che da quello delle temperature. Anche su questo fronte il Polo può contare sulla collaborazione con Edoardo Zanchini, che segue da vicino il tema energetico.

Un tassello di un percorso più lungo

L’inserimento del Polo Civico Esquilino nella prima mappatura dei rifugi climatici di Roma non è solo un riconoscimento, ma la conferma, dentro uno strumento pianificatorio nuovo per l’Italia, di un modello che il Polo pratica da tempo: uno spazio aperto, gratuito, accogliente, capace di essere un punto di riferimento per il rione ben oltre l’emergenza climatica. Ed è la fotografia di una città che prova a muoversi da sola su un terreno su cui il governo resta fermo.

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