Come possiamo organizzarci senza riprodurre logiche che non ci piacciono, che escludono, che considerano tutto merce, che “tanto le cose non cambiano”? Difficile avere risposte certe, tuttavia ovunque e intorno a temi differenti c’è chi percorre strade poco battute ma di grande interesse. Una delle ultime riunioni della Rete romana Scuole aperte partecipate, a suo modo, lo dimostra.
Prima di tutto occorre ricordare due particolari importanti. Il primo: la rete SAP è un gruppo informale, eppure esiste da dieci anni, ha una sua ricca storia, un suo sito e pure un Manifesto per nulla banale. L’informalità spesso, in un primo impatto, disorienta chi si avvicina alla rete, ma se si guarda tutto soltanto con gli “occhiali istituzionali” si rischia di non cogliere la vitalità di alcuni processi in corso nei piani bassi della società, lì dove è possibile favorire cambiamenti in profondità. Il secondo particolare, conseguenza del primo, è che la rete non ha un ufficio, non ha proprio una sede, ma limita al massimo gli incontri web, le relazioni sono fatte di corpi: le riunioni, più o meno mensili, vengono quindi ospitate da una delle circa cinquanta realtà (associazioni e comitati) che la compongono, favorendo così un’immersione in territori diversi. Il limite in questo caso, per una città estesa su oltre mille chilometri quadrati e oltre trecento quartieri, è che la partecipazione alla riunioni non è facile e va vincolata a giornate come il sabato, tanto più che queste esperienze sono animate da volontari che mettono a disposizione tempo e saperi per la città. Già, quel tempo e quei saperi condivisi per rafforzare relazioni nei territori e rendere le città più attente a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, non finiranno per migliorare il Pil e riempire le pagine dei grandi media, ma di sicuro aiutano a costruire una cultura politica nuova.
L’incontro della rete di sabato 25 ottobre si è svolto in quella che normalmente è l’aula di una classe elementare, al primo piano della scuola Di Donato dell’Esquilino, nota per una delle esperienze, ormai ventennale, di scuola partecipata. Nelle sedie messe non per sbaglio in cerchio, mentre tanti ragazzi e ragazze erano a scuola di sabato pomeriggio per giocare a basket nel cortile sempre aperto, molti posti sono stati riservati a un gruppo di genitori del quartiere Trionfale desiderosi di mettere su un’associazione e di far parte delle rete SAP.
Durante la chiacchierata si è discusso di cose diverse, in particolare di come partecipare venerdì 14 novembre al primo di tre giorni di appuntamenti promossi a Roma dal progetto “Scuole aperte partecipate in rete” che lega esperienze di 14 città: l’idea di un confronto con la rete di scuole aperte nata da poco a Milano potrebbe forse finalmente prendere forma. C’è poi un’opportunità da considerare per i prossimi mesi: la facoltà di Antropologia della Sapienza vuole collaborare con la rete mettendo a disposizione momenti di studio, scambio, occasioni di formazione ma anche il supporto nei territori di studenti e studentesse. Non capita spesso di trovare mondi accademici interessati ad accompagnare ciò che accade nei territori, ora bisogna immaginare insieme come farlo.
Naturalmente una parte importante della riunione è stata dedicata ai genitori interessati a capire come avviare l’esperienza della scuola aperta. Tra domande, dubbi e suggerimenti sono state condivise anche alcune notizie che dimostrano lo straordinario valore della rete, capace, ad esempio, di supportare la nascente associazione genitori in un quartiere difficile come Tor Bella Monaca ma anche di accogliere al suo interno un Doposcuola, quello di Quarticciolo. Pensare le periferie soltanto come non luoghi è sbagliato: sono tante le persone convinte che è possibile contribuire qui e ora a cambiamenti importanti mettendosi in gioco, spesso intorno alle scuole.
Tuttavia, a proposito di come sperimentare modi nuovi di stare insieme e di decidere, una delle questioni più discusse è stata la possibilità che un’associazione adotti al suo interno, perfino nello statuto, i metodi del consenso. Prima di tutto questo può avvenire perché in realtà quei metodi già esistono nella vita di ogni giorno ma vengono spesso sottovalutati. Poi perché possono essere facilmente rafforzati e trasformarsi in abitudini. Insomma, si può arrivare a prendere decisioni che possano essere rispettate da tutti e tutte, senza ricorrere per forza al voto, attraverso alcune procedure che hanno in comune un approccio costruttivo alla diversità dei punti di vista. Le questioni di fondo restano due: non pensare a chissà quali miracolosi strumenti ma rendere alternativo, con alcune attenzioni (modalità cooperative e integrative) l’intero processo decisionale e non smettere di costruire relazioni di fiducia. Non per caso molte esperienze di scuole partecipate hanno scelto negli ultimi anni di dedicare del tempo a capire come fare propri quei metodi: in questa direzione, sarà molto utile la prossima pubblicazione su Territori Educativi del quaderno (gratuitamente scaricabile), curato da Roberto Tecchio per il Movi, Il Metodo del Consenso per la gestione partecipata delle riunioni, uno dei frutti del progetto Scuole aperte partecipate in rete.
A concludere la riunione, non c’è stato alcuno intervento finale di qualche vertice dirigenziale, più semplicemente è stato chiesto di dare una mano a sistemare sedie e banchi e dimostrare ancora una volta che un edificio scolastico può con facilità accogliere nei pomeriggi e nelle serate iniziative sociali e culturali che legano la scuola al territorio.
Articolo di Gianluca Carmosino pubblicato su Comune-info.net
