Il convegno “Economia del recupero e contrasto allo spreco alimentare“, organizzato il 16 giugno da CNA Roma e Slow Food Roma presso la Camera di Commercio, è stata un’occasione importante per fare il punto a dieci anni dall’approvazione della Legge Gadda e per ragionare su cosa manca per costruire un sistema alimentare giusto nella Capitale.
Il paradosso romano
A Roma vengono sprecate ogni anno circa 260.000 tonnellate di alimenti — pari a 700 tonnellate al giorno — per un valore economico complessivo di 700 milioni. Un paradosso se si considera che nella Capitale sono circa 250.000 le persone in condizioni di insicurezza alimentare.
Secondo la Caritas, almeno un romano su dieci soffre di povertà alimentare, e Roma butta in media l’8% in più di cibo rispetto ai piccoli comuni. Non si tratta solo di chi vive ai margini: il fenomeno riguarda anche chi lavora, chi paga un affitto troppo alto, chi vive con una pensione insufficiente, chi deve scegliere dove tagliare ogni mese.
Secondo il presidente CNA Agroalimentare Roma, Mauro Secondi, “il contrasto allo spreco alimentare non rappresenta solo una sfida sociale, ma anche un tema economico e culturale che coinvolge direttamente le imprese, della distribuzione e della ristorazione.”
La Legge Gadda: un punto di partenza, non di arrivo
La legge del 2016 ha semplificato le donazioni di eccedenze alimentari e rappresentato un cambio culturale importante. Ma non basta. Non prevede obblighi per gli enti locali, non stanzia risorse strutturali, non disegna un sistema. Il cibo ridistribuito spesso non è cibo di qualità: alle persone in difficoltà arrivano troppo spesso salumi, dolci e prodotti processati, mentre scarseggiano frutta fresca, verdura e cereali. Il problema non è solo la quantità: è il diritto a un’alimentazione sana e buona.
Quello che facciamo
Al Polo Civico Esquilino non ci fermiamo alle parole. Supportiamo Slow Food Roma, Nonna Roma e Libera Roma per l’emporio solidale Slow Social Market, uno spazio di distribuzione alimentare solidale che punta non solo a fornire cibo, ma cibo buono, vario e rispettoso della dignità delle persone.
Alcune associazioni che fanno parte del Polo lavorano su questo fronte, per costruire giustizia sociale a partire dal cibo. Un esempio concreto: Seniores ha avviato un corso di cucina rivolto a donne migranti, con un duplice obiettivo: trasmettere competenze pratiche in cucina e aprire un percorso concreto verso il mercato del lavoro nella settore della somministrazione. Un percorso completato da un corso HACCP, tenuto da Slow Food Roma per fornire la certificazione necessaria a lavorare professionalmente nella filiera alimentare.
Sono azioni piccole, ma strutturali e importanti. Perché rispondere alla povertà alimentare non significa solo distribuire cibo: significa restituire autonomia, competenze, opportunità.
Cosa serve ancora
Roma non è una città priva di cibo. È una città che produce troppo e non riesce a impedire che una parte consistente degli alimenti disponibili diventi spazzatura. La differenza è enorme: nel primo caso il problema sarebbe la scarsità assoluta; nel secondo è l’organizzazione del sistema.
Servono investimenti stabili nelle reti territoriali, una visione innovativa e una governance coordinata tra Comune, Municipi e terzo settore, il riconoscimento del diritto al cibo sano come priorità pubblica — non come atto di carità.
Il convegno del 16 giugno ha riaperto un confronto necessario che verrà portato avanti anche con l’amministrazione capitolina. Noi continuiamo a fare la nostra parte, nel rione e nella città, ogni giorno.
